6 giugno 2010

Il progresso alle porte

L'altro giorno, leggendo quest'articolo, è sorta spontanea una domanda: possiamo considerare queste "conquiste" come un grande risultato per l'intera umanità?


I padroni del cibo / Chi vuole brevettare la bistecca

Repubblica - 31 maggio 2010   pagina 21
Una volta c'era la "bistecca d'autore", orgogliosamente esibita da qualche artigiano della macelleria. Nel futuro prossimo c'è invece la "bistecca con il logo", quello di una grande industria: Monsanto, nel caso specifico. Ma non è l'unico. Le multinazionali arrivano a tavola, anche se nessuno le ha invitate: pancetta e broccoli, bistecca e pomodori, tutti con marchio, licenza e sovrapprezzo. Il colore, insomma, è il grigio delle grisaglie degli avvocati, i toni quelli ovattati degli uffici delle grandi burocrazie, ma quella che si combatte è lo stesso una battaglia. Non più sul cibo Ogm, quello geneticamente modificato, che gli europei non vogliono. Ma sulla possibilità di sottoporre a brevetto e licenza, su su per la catena alimentare, direttamente il maiale e il vitello, la carota e l'insalata: quello che ogni giorno ci mettiamo nel piatto. È la battaglia per decidere chi sono i padroni del nostro cibo. Il codice è WO2009/097403. È il numero di protocollo della richiesta con cui il gigante biotech di Saint Louis chiede all'Ufficio europeo competente di brevettare «metodi di nutrimento dei maiali». Gli ambientalisti - da Greenpeace a Equivita, dalla Coldiretti a "No patents on seeds" - sono in rivolta e accusano la Monsanto di pretendere di aver «inventato il maiale». Da Saint Louis, la multinazionale protesta: «We're out of the pig business», siamo fuori dal settore maiale, fanno sapere. Ma, nel mondo del bio-tech, il terreno è sempre mutevole e scivoloso. Nel 2007, la Monsanto ha venduto tutto il suo dipartimento maiali (brevetti e ricerche compresi) ai francesi del Groupe Guimaud, finora specializzati in anatre. Ma questo riguardava l'allevamento del maiale. Il brevetto WO 2009/097403, presentato nel 2009, riguarda, in realtà, un mangime, settore di cui la Monsanto è, tuttora, la regina. Questo mangime transgenico contiene meno acidi grassi polinsaturi, i famosi Omega-3: il maiale che lo mangia è grasso uguale, ma è un grasso più sano. Il problema è che la Monsanto non vuole brevettare solo il mangime, ma anche il maiale che l'ha mangiato. A cominciare dalle sue parti. Il testo della richiesta di brevetto non lascia dubbi, quando cita le «applicazioni dell'invenzione». L'elenco è minuzioso, dettagliato, quasi puntiglioso: «Pancetta, prosciutto, lonza, costolette, bistecche, lardo». Finanche i ciccioli. «Se la Monsanto riuscisse a ottenere questo tipo di brevetto - sostiene Ruth Tippe di "No patents on seeds" - potrebbe legalmente dettare ai contadini le condizioni di allevamento dei maiali con questo tipo di grassi e intervenire in ogni fase della lavorazione e della produzione, fino alla vendita, estraendo una percentuale ad ogni passaggio». Un controllo della catena alimentare ricopiato su quello che ha già realizzato con la soia transgenica. Solo che qui, di transgenico, c'è solo il mangime. A fine aprile, la Monsanto ha presentato una richiesta di brevetto analoga per i bovini: latte, formaggio, bistecche compresi. Ma il gigante di Saint Louis non è solo in questa corsa a brevettare la materia vivente. Richieste simili arrivano dagli altri colossi del bio-tech, come Dupont e Syngenta, Basf. «Sono richieste - sottolinea Fabrizia Pratesi De Ferrariis, di Equivita - in cui l'intervento Ogm è, spesso, solo marginale o incidentale o ininfluente». È una svolta nella strategia del grande bio-tech. «Da quando è iniziata la codificazione del genoma - dice Federica Ferrario di Greenpeace - si sta tentando di brevettare di tutto». Ruth Tippe tiene uno schedario delle richieste presentate all'ufficio europeo dei brevetti di Monaco. Ce ne sono, attualmente, 500 pendenti che - sostiene - riguardano, in realtà, metodi di allevamento e coltivazione assolutamente convenzionali. Ad esempio, si chiede di brevettare un metodo di indagine genetica, che consente di individuare gli animali, meglio predisposti ad un certo tipo di allevamento. A questo punto, si estende la richiesta di brevetto a tutti gli animali, che abbiano quel particolare profilo genetico, anche se questo è stato già ottenuto in precedenza, con la normale tecnica degli incroci. In una richiesta presentata da Seminis (una controllata Monsanto) si sollecita il brevetto di metodi di produzione delle carote, fra cui «a) coltivare la pianta fino a maturazione, b) raccogliere le carote dalla pianta». Secondo i registri di Ruth Tippe, questo assalto all'agricoltura tradizionale ha subito una brusca accelerazione negli ultimi anni. Fino al 2005, solo il 5 per cento delle richieste di brevetto, nel campo della coltivazione, riguardava metodi convenzionali, di uso normale nelle campagne. Oggi, questa percentuale sfiora il 30 per cento. Mentre le richieste di brevetti specificamente transgenici sono in diminuzione. Per un verso, queste tendenze testimoniano le limitazioni degli Ogm: la sempre maggiore complessità della conoscenza genetica mostra la difficoltà di ottenere risultati, intervenendo su un singolo gene. Per un altro verso, apre la strada ad una progressiva irregimentazione dell'agricoltura tradizionale. In realtà, la battaglia è ancora aperta. Sia perché qualsiasi decisione dell'Ufficio europeo dei brevetti (Epo) di Monaco è, comunque, sottoposta all'esame e al visto delle singole autorità nazionali. Sia perché i sì dell'Epo non sono scontati. A Monaco fanno notare che, nel caso della richiesta (una di quelle cedute nel 2007 dalla Monsanto al gruppo Guimaud) di brevettare un metodo di indagine genetica e, conseguentemente, il maiale con quel profilo, l'Ufficio accolse il metodo scientifico, ma respinse le richieste relative «al maiale stesso, alla sequenza genetica e al kit usato per la selezione degli animali». Quella battaglia, tuttavia, non ha segnato la fine dell'offensiva. «Perché - spiega Fabrizia Pratesi - è il quadro istituzionale in cui si muove l'Epo a non fornire garanzie. Con una serie di colpi di mano, le multinazionali hanno ottenuto che, nelle direttive europee, il brevetto su un processo di produzione di piante o animali si estenda automaticamente anche alle piante e agli animali ottenuti con quel processo e alla loro discendenza». C'è, dunque, la lombata targata Saint Louis nel nostro futuro? Non occorrerà aspettare molto per sapere chi ha vinto la guerra. Lo scontro decisivo è la "battaglia del broccolo" e si svolgerà nella seconda metà di luglio. In quei giorni, la corte d'appello dell'ufficio europeo dei brevetti dovrà decidere, in via definitiva, se revocare o confermare il brevetto che lo stesso ufficio ha già concesso ad una società inglese, Plant Bioscience, in materia di broccoli. Giuridicamente, è il precedente che conterà in futuro. Non è, infatti, uno scontro sugli Ogm, perché, qui, di geneticamente modificato non c'è nulla: i broccoli sono normalissimi broccoli. O, meglio, sono normalissimi broccoli, che contengono, però, una maggiore quantità di componenti utili nella lotta al cancro. Solo che questi non sono ottenuti con l'ingegneria genetica. Il metodo brevettato da Plant Bioscience prevede soltanto l'incrocio fra broccoli domestici e broccoli selvatici e l'individuazione - attraverso screening genetico - di quelle piante che, dopo l'incrocio, risultano avere una elevata presenza di elementi anticancro. Ma non è stato brevettato il metodo, è stata brevettata la pianta, compresa quello che ci arriverà nel piatto. Il confine fra ciò che è prodotto dall'uomo e ciò che è prodotto dalla natura, osserva Phil Bereano, un docente universitario americano, impegnato sui temi bio-tech, rischia di farsi sempre più confuso: «Una cosa è brevettare processi e applicazioni associate alla vita, un'altra brevettare l'essere vivente stesso». Altrimenti, mettere un punto fermo diventa sempre più difficile. Si chiede, forse con più angoscia che sarcasmo, un blogger americano: «Allora, se mangio quella pancetta, divento anch'io proprietà Monsanto»? - MAURIZIO RICCI
 

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